martedì 26 gennaio 2010

CARCERI , LA PRIVAZIONE DELLA DIGNITA’

Il sistema carcerario nasce con la Rivoluzione Industriale per formare lavoratori disciplinati e adatti alle necessità produttive della nascente industria; oggi è una delle molteplici strutture di controllo sociale ed ha una funzione punitiva che fa riferimento alla trasgressione di determinate regole. Questo rimanda al concetto stesso di regola, che presuppone che alla base di questa società ci sia un libero accordo, un insieme di norme volontariamente condivise dagli individui che la compongono, ma in ogni società basata sullo Stato, sulla divisione in classi e sulla proprietà, a decidere è una minoranza che si autonomina rappresentativa del popolo e che impone le proprie regole basandosi su determinati poteri esecutivi; ma regola e legge non sono sinonimi, la legge è un modo particolare di definire la regola: è una regola autoritaria che ci viene imposta.
E’ giusto che un individuo venga represso, punito e torturato per aver trasgredito una norma che non ha mai sottoscritto?
Non sono pochi i docenti universitari e i filosofi che parlano di abolizione del carcere: ai loro occhi esso appare degradante e privo di una funzione rieducatrice e funge, anzi, da “palestra del crimine”, dando l’opportunità a chi vi è entrato perché non poteva o non voleva lavorare di organizzare meglio le sue future attività criminali; essi credono che ci siano soluzioni alternative a quella reclusoria e punitiva per contrastare la criminalità. Chi vuole una società libera dallo sfruttamento, del carcere non sa cosa farsene, ma essendo esso una struttura creata per contenere ed annullare il conflitto sociale, una soluzione statale a problemi statali, è una realtà impossibile da eliminare in una società che, come la nostra, si basa sul potere e sul profitto, perché il crimine è un problema prettamente sociale: finché esisteranno i ricchi e i poveri esisterà il furto, finché esisterà il potere ci saranno “fuorilegge” che lo combattono. E’ un mezzo per salvaguardare il potere dello Stato e i privilegi dei ricchi, una società basata sulla solidarietà e sulla libertà non ne avrebbe bisogno.
Non potendo sopprimere tutti i criminali, i governi danno loro una morte apparente, rinchiudendoli.
La noia, la paura e il dolore mirano a far perdere all’individuo la propria identità; il carcere è inoltre un ambiente altamente patogeno, in quanto le difese immunitarie vengono indebolite dallo stress, le cure sono insufficienti ed imposte e spesso i detenuti fungono da cavie per le terapie sperimentali: la negazione della vita è visibile al massimo grado. Il sistema carcerario europeo prevede anche il carcere speciale, un luogo di maltrattamenti, di torture e di omicidi spesso celati rivolto ai detenuti considerati irrecuperabili: un carcere all’interno del carcere.
Le prigioni non sono l’unico mezzo di detenzione, ma sono affiancate da ospedali psichiatrici e centri di accoglienza per immigrati; inoltre la stessa abitazione di un individuo o la sua città possono fungere da “succursale” della galera per mezzo dell’utilizzo delle manette elettroniche, dei satelliti e delle onnipresenti telecamere di controllo.

Gli O.P.G. (Ospedali Psichiatrici Giudiziari)
In Italia, Paese “democratico e civile”, persistono vergognosamente con il nome di Ospedali Psichiatrici Giudiziari i manicomi criminali, strutture che sommano le caratteristiche manicomiali e quelle carcerarie: il risultato è un sistema che tenta di annullare totalmente la personalità di chi vi è detenuto per mezzo della somministrazione di droghe legali che inibiscono le menti da ogni pensiero o desiderio di ribellione a quelle violenze psicologiche e fisiche che vengono loro inflitte all’interno di tali strutture.

I C.P.T. (Centri di Permanenza Temporanea)
I Centri di Permanenza Temporanea sono strutture presenti in tutta Europa e sono stati introdotti in Italia dalla legge Turco-Napolitano del 1998 e successivamente confermati con la legge Bossi-Fini; si tratta di centri di detenzione amministrativa in cui i migranti privi di permesso di soggiorno vengono rinchiusi dopo la loro identificazione e successivamente torturati psicologicamente e fisicamente (su internet è disponibile un’ampia documentazione) per poi, nella maggior parte dei casi, venire rispediti nei rispettivi Paesi di provenienza dove vengono abbandonati in zone desertiche o reinternati nei campi di concentramento africani.
Sono chiamati “campi per rifugiati” e sono numerosi, presenti soprattutto in Libia, Marocco, Algeria, Canarie e Grecia... alcuni sono enormi, altri meno, ma sono tutti ugualmente sorvegliati dall’esercito e vedono la presenza della Croce Rossa spagnola; si tratta di campi militari recintati e presidiati, in cui migliaia di persone sono di fatto sequestrate e sottoposte ai maltrattamenti dei militari anche per anni, in attesa di essere rispediti nei loro Paesi d’origine. Questo processo si chiama “esternalizzazione dei campi”, l’UE scarica le sue responsabilità sull’Africa, verso cui rispedisce migliaia di persone sapendo che verranno rinchiuse in questi luoghi al di fuori di ogni controllo in Paesi non firmatari di alcuna convenzione internazionale.

Le “morti di carcere”
Nel 2009 ci sono state ben 171 morti in carcere di cui 69 suicidi, in questo inizio di 2010 ci sono già stati 7 suicidi. Fra i suicidi, oltre a quelli veri, dovuti alle disumane condizioni di vita nel carcere, ai continui soprusi e pestaggi, alla prospettiva di vita distrutta dalla condanna, agli estremi scioperi della fame per affermare la propria innocenza, ci sono poi quelli inscenati ad arte, per eliminare pentiti, chiacchieroni, e anche gente che ha commesso l’errore di mancare di rispetto a qualche pezzo grosso dell’ecosistema carcerario, guardia o detenuto che sia.
Il caso di Stefano Cucchi ha sollevato per un breve periodo l’attenzione dei media su questo problema, dissolvendosi però nel nulla dopo poche settimane, come se la vicenda si fosse risolta. Purtroppo nelle carceri si continua a morire e a soffrire quotidianamente e le famiglie delle vittime rimangono in attesa di una verità che molto probabilmente non arriverà mai.

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